La leggerezza perduta

Cristiana Bellemo, Bassano del Grappa (VI)

C'era una volta, tanto tempo fa, un castello.

Un castello di quelli che c'erano una volta, per l'appunto.

Dentro al castello ci stava un borgo intero e a capo del borgo, e pure del castello, come si conviene, stava un re.

Ma a guardarlo bene, quello non era mica un castello come gli altri.

Il fatto è che stava appoggiato su una nuvola: proprio così, e da sempre.

Lì sospeso nel cielo, come fosse fatto di nuvola pure lui. Invece era un castello vero, di sassi e mattoni, di torri e bastioni, di merli, merletti e garitte.

E c'era anche il ponte levatoio che quando s'apriva, com'è ovvio, si posava nell'aria sul niente.

Dietro ai merli stavano i cammini di ronda, su cui passeggiavano i soldati, sempre attenti, da dentro l'elmo e l'armatura e da dietro lo scudo, che non si facesse vedere all'orizzonte qualche nemico.

In verità, l'orizzonte non c'era lì, stava molto più in basso, e di nemici non se n'era visto mai uno, né uno straccio di assedio: niente di niente, calma piatta.

In effetti, chi darebbe l'assedio ad un castello adagiato su una nuvola?

Forse dei cavalieri alati, ma si vede che avevano altro da fare, perché lì non se n'erano mai presentati, nemmeno uno che giungesse a movimentare un po’ quei turni di guardia così inutili e noiosi.

Solo qualche rondine, ogni tanto, si accostava ai merli. D'altra parte, tra volatili... ci si capisce al volo.

Il re si chiamava Celeste centoventitre: infatti prima di lui c'erano stati centoventidue re, e tutti si erano chiamati Celeste. E se ci pensate, non c'è niente di strano, dato che il castello stava in cielo.

Celeste centoventitre era un re né migliore né peggiore di quelli che l'avevano preceduto.

Solo un po’ più distratto.

Tanto distratto da non accorgersi nemmeno del fatto gravissimo che stava accadendo.

Col passare degli anni, infatti, il castello si era riempito sempre più di cose, ed era diventato molto, ma molto pesante. Pesantissimo, direi, a tal punto che la nuvola non lo reggeva più.

E insomma, il castello stava per precipitare giù. Le prime avvisaglie erano stati degli strani scricchiolii. Poi il castello aveva cominciato a pendere da una parte, come la torre di Pisa: lo si era capito perché i soprammobili scivolavano rotolando giù dalle mensole e la minestra usciva fuori dai piatti, anche se erano fondi.

Cosa fare? La faccenda era seria. di quel passo, di lì a poco, il castello avrebbe bucato la nuvola e dopo un volo a tutta velocità si sarebbe schiantato per terra.

Bisognava prendere al più presto i dovuti provvedimenti.

Re Celeste si riscosse dalla sua distrazione e si concentrò sul da farsi. Poi, dopo aver preso una decisione, uscì sul balcone e proclamò: "Miei sudditi!"

Detto ciò gli venne da distrarsi ancora un pochino e quasi si dimenticava ciò che aveva deciso, ma si sforzò.

"Dopo secoli e secoli di gloriosa tranquillità, il nostro glorioso borgo si trova oggi ad affrontare un problema di un certo peso. Il nostro glorioso castello è diventato troppo pesante e rischia di cadere dalla nostra gloriosa nuvola (come si vede, all'aggettivo glorioso, al maschile e femminile, re Celeste era particolarmente affezionato, poiché lo aveva ereditato da suo nonno). Perciò ordino che ciascuno si liberi di ciò che è superfluo, buttandolo giù dalla torre più alta. Solo in questo modo riconquisteremo la gloriosa leggerezza che ci ha consentito di vivere qui per gloriosi secoli e gloriosissimi millenni".

Beninteso, re Celeste, con l'ultimo scampolo di concentrata saggezza che aveva in zucca, aveva già incaricato i suoi soldati di raccogliere tutto ciò che sarebbe stato gettato e di portarlo su una nuvoletta di sua proprietà, che stava pochi metri più in là (ci andava di solito per le vacanze estive): vi sarebbe stato inaugurato il Museo del Superfluo, un'assoluta novità, mai vista prima. E per dare il buon esempio, re Celeste si tolse subito la corona e la lanciò come un frisbee giù dalla torre.

Superfluo. Ma cosa voleva dire? I sudditi erano in gran parte persone semplici, che non avevano studiato né filosofia né economia né letteratura straniera. Così andarono a vedere sul vocabolario la parola superfluo e trovarono che significa 'eccedente rispetto al bisogno', 'non strettamente necessario'. Boh.

'Inutile'. Ecco sì, inutile era una parola che si capiva. Buttare via le cose di cui si può fare a meno, soprattutto se pesano.

E allora, chi buttò la macchina per grattarsi la schiena mentre guardava la tv. Chi buttò il frullatore per montarsi la testa. Chi buttò le passeggiate a motore. Chi buttò la bombola per gonfiarsi d'orgoglio. Chi buttò il materasso con i sogni incorporati.

Alcuni intraprendenti buttarono la pressa per stendere le rughe e lo stendino automatico per asciugare il sudore. Qualcuno, pochi per la verità, presi da un impeto di eroismo, buttarono il forno che sfornava dolci...parole da dire all'occorrenza, per far colpo sulla ragazze. Chi buttò i giochi egoisti che volevano giocarsi tutti da soli (un po’ noiosetti, per la verità). Chi buttò il freezer dei baci surgelati. Chi buttò il martello per piantare grane, modello di ultima generazione tecnologica.

Chi buttò i pattini supersonici per passare senza salutare. Chi buttò il distributore elettrico di aiuti preconfezionati.

Chi buttò gli elenchi troppo lunghi, come quello che sto facendo io.

Qualcuno, preso dalla paura di precipitare, senza ragionare buttò perfino sogni e amori, pensieri e desideri. Forse non lo sapevano mica che sono leggeri leggeri, e buttarli via non serve a niente. Perché quelle cose lì sono come i palloncini, che se ci leghi un messaggio lo portano su su fino alla luna e anzi, forse avrebbero pure aiutato la nuvola a tenerlo su, il castello, sul più bello che cadeva.

Per fortuna ci furono anche quelli, più coraggiosi, che buttarono la rabbia e le arrabbiature, le parolone e le parolacce, i musi e i mugugni, le viole finte e le violenze, le sfide e le spade (tanto, l'abbiamo visto, non servivano a niente).

Butta di qua, butta di là, lancia da una parte, tira dall'altra, alla fine il castello si alleggerì. Si raddrizzò, smise di scricchiolare.

Certo i soldati ebbero il loro bel da fare, ad acchiappare tutte quelle cose coi retini. E poi le caricarono sui loro ronzini e le portarono di gran carriera, prima di sera, al Museo del Superfluo, dove re Celeste tagliò il nastro e tagliò corto perché, come al solito, si era distratto. Il castello si alleggerì così tanto che stava per prendere il volo, come i palloncini, e dovettero legarlo alla nuvola con delle funi.

Perciò qualcuno, nel chiuso della sua camera, qualche sogno, qualche amore, qualche pensiero, qualche desiderio, beh, se lo riprese indietro.

Prima solo un pezzettino, per fare la prova, poi tutto intero, e il castello non calava di un millimetro.

Casomai tirava un po’ più in su.

Il Museo del Superfluo vennero a visitarlo in tanti, anche da lontano, anche da fuori mano.

Fu un'avventura, quel giorno, e chi volle poté sapere quali sono le cose pesanti e quali sono le cose leggere.